

HESPERUS

Due fiori, due cuori

Davanti alla scrivania dello studio semibuio è seduto un anziano signore di circa ottanta anni dai capelli bianchi come la neve e gli occhi di un blu così scuro da sembrare neri, nonostante l’età ha un’aria giovanile ma il suo viso è segnato da un grande dolore, alcune lacrime rigano le sue guance, è appena rientrato in casa dopo il funerale della sua amata moglie; lei era andata al cimitero a visitare la tomba dei suoi genitori, morti nell’incendio di quella stessa villa quando era ancora una bambina e che era stata ristrutturata, vi erano venuti ad abitare dopo il matrimonio; mentre usciva dal cancello del cimitero veniva investita da un’auto che era sbandata e aveva invaso il marciapiede, portata d’urgenza all’ospedale la sua situazione risultava critica, era caduta in coma irreversibile e i medici non avevano nessuna speranza di salvarla, era deceduta dopo due giorni.
L’uomo apre un cassetto e prende una cornice d’argento a forma di cuore in cui è racchiusa una foto di due ragazzi abbracciati seduti sulla panchina di un bel giardino, la pone davanti a se sulla scrivania, prende anche un diario, scritto in bella calligrafia e lo apre sulla pagina in cui è affissa una foto raffigurante una bella donna, che, all’epoca in cui fu scattata, doveva avere sui trenta anni, dai capelli biondi che paiono fili d’oro e gli occhi di un azzurro cielo, è vestita con l’abito bianco da sposa, in calce alla foto è riportata la data di cinquanta anni prima. L’uomo è assorto nei suoi pensieri, si riscuote quando la porta dello studio si apre, chiude il diario e si volta, vede entrare un giovane di circa quaranta anni alto e slanciato con i capelli biondi e gli occhi azzurri, assomiglia molto alla donna della foto, il giovane si rivolge all’anziano:
«Babbo sei qui ti cercavamo, ti abbiamo visto sparire non sei venuto in salotto dove sono riuniti tutti i parenti e amici».
«Si, Giorgio, avevo bisogno di un po’ di silenzio per riuscire a superare questo triste momento, non riesco ancora a credere che la mia cara Ginevra non sia più qui a rallegrare questa casa con la sua esuberanza, anche con l’età non aveva persa quella sua carica di energia, sembrava ancora quella donna di cinquanta anni fa quando in ginocchio le chiesi di sposarmi».
«Ti capisco babbo, la mamma era la vita di questa casa e anch’io non riesco ad immaginare i giorni senza di lei, la casa sembra più vuota»
«Giorgio, tu assomigli molto a tua madre hai la sua stessa carica e sai farti voler bene da tutti, tua sorella assomiglia più a me come carattere più chiusa e riservata era Ginevra che ci spronava e ci faceva uscire dalla nostra apatia; per fortuna ci sono i vostri figli che possono portare un po’ di serenità e vita in questa casa, la loro presenza mi aiuterà a superare questo triste momento; scusami con i colleghi, gli amici ed i parenti, quando mi sentirò meglio vi raggiungo per ringraziare chi mi è stato vicino in questo momento di dolore».
Il figlio si avvia per uscire quando nota la cornice sulla scrivania e si rivolge al padre:
«Babbo, in quella foto siete te e la mamma quando eravate piccoli? mi pare di riconoscere il giardino che c’è nella piazza del paese».
«Si, ce la scattò il nostro amico Giulio il giorno in cui partii con la famiglia per andare a Roma, il giorno in cui Ginevra mi regalò un “non ti scordar di me” ed io in ginocchio le donai una rosa facendole la mia dichiarazione; ci salutammo con la promessa di sposarci appena finiti gli studi».
«Allora ora ti lascio riposare se avrai bisogno chiamami».
Detto questo esce e chiude la porta dello studio, l’anziano torna a sfogliare lentamente il diario, si sofferma di nuovo sulla pagina con la foto del loro matrimonio, qualche lacrima scorre sulle guance e cade su quella immagine felice, posa il diario, reclina la testa sopra le braccia incrociate sulla scrivania, chiude gli occhi e inizia a ricordare …
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Il racconto completo sul libro RACCONTANDO
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